MENU

Recensioni

"Qui l'intero è solo il mare."


È il verso centrale della poesia Giro di boa (pag.109).
La poesia comincia con: "Ora faccio da guida a me stesso/E insieme attraversiamo il solstizio/Con un minimo bagaglio d'impressioni,//Ma non imparo a calibrare i passi/Lungo il corridoio dell'estate:/Tra le due porte di corno e d'avorio/Non è poi tanta la distanza."
Versi che a ritmo discendente-dattilico, protendendosi dal novenario all'endecasillabo, tracciano un cammino di ritorno in cui l'io lirico si dimidia in viandante e guida.
Sentiero tortuoso, semi-oscuro, pericoloso tragitto dagli inferi della memoria e del sonno.
Rito di passaggio che, da un tempo a un altro tempo, da una stagione a un'altra (solstizio), da uno spazio chiuso, interno (corridoio), passando attraverso le porte del sonno, (dei sogni veri: corno e di quelli falsi: avorio; Virgilio, Eneide, l.VI), conduce a uno spazio aperto: il mare. "Qui l'intero è solo il mare": mare che ricompone in sé le dimidiazioni, riunifica e cancella le differenze. Non c'è più ritorno, memoria, passato: "Senza ritorno in pochi passano la punta/Dove le alghe s'aggrumano al sole,/Sanno che nessun'orma resta sulla rena,/Tranquilli vanno a un'altra spiaggia."
Poesia dell'acqua quella di Roberto Deidier (canali, fiumi, gore, fonti, scrosci di pioggia) e soprattutto del mare. Basta sfogliare alcuni titoli dell'Indice: Più a nord è ancora il mare, Dove l'argine diviene costa, Stanno tra noi un argine, un canale, Riflessi caldi delle pietre a riva, I passanti sul lungomare sono fermi, L'acqua alle caviglie fa pesante il passo, La risacca recita solitaria, Tirreno.
Paesaggi marini: sabbia, spuma, alghe, conchiglie, reti, agavi, venti, cieli, nubi, albe, d'estate ma soprattutto d'inverno. Le grida degli uccelli (uccelli d'acqua: gabbiani, cormorani, edredoni) e i loro voli, per gli antichi tramite cielo-terra e traccia da interpretare, in Deidier inquietano e movimentano le forme di questi paesaggi: "Sull'acqua increspata c'è un riflesso/Cui risponde il richiamo/Di uno stormo sparso, lingua di cielo/Che si sposta e di nuovo cambia forma" (pag.70).
Musica umbratile e vibrante d'acque e cieli, echi, riflessi in cui si riverberano e riecheggiano i classici antichi e i moderni.
E pure non è il mare eroico e scenografico di Omero e Virgilio, o quello elegiaco di Tibullo o Ovidio.
Né il mare panico e pagano, auto-celebrativo, dei demoni meridiani di D'Annunzio, o il padre severo, pietrificato e pietrificante, di Montale.
I nomi derivano da similari zone d'ombra ma non si ritirano dietro le cose come nelle marine di Stella variabile di Sereni, ma le oltrepassano. Oltre l'inquieta obbedienza al corso delle correnti, delle insenature, dei porti di Saba, da cui occhieggiano discretamente i miti mediterranei.
Un mare filtrato dal sonno e dai sogni.
Siamo nei paraggi del mare trasognato, onirico eppure lucido e pulsante, estraneo e materno, morto-vivo, calmo e inquieto, perturbante di Solaris di Tarkovsky.
Un'acqua-risacca-sabbia-luce che occulta e ritraendosi dissolve e si riformula: "Acqua nel sonno, questo sonno incerto/che stagna come la risacca/e risponde a una stanca fedeltà/dalla sponda che la luce sospesa/prosciuga e infine scopre/nell'arco di una prossima marea./Acqua che si ritira a consentire il viaggio predisposto dalla notte," (pag.64).
Poesia di confini e di traversate oltre i confini (tra mente e corpo, mare e costa, notte e giorno, sonno e veglia, morte e vita), di voli, di metamorfosi, di evanescenze.
Un destino che, partendo da Eraclito, Bachelard così suggerisce, per questo tipo di poesia dell'acqua e dei sogni: "On ne se baigne pas deux fois dans un même fleuve, parce que, déjà, dans sa profondeur, l'être humain a le destin de l'eau qui coule. L'eau est vraiment l'élément transitoire. Il est la métamorphose ontologique essentielle entre le feu et la terre. L'être voué à l'eau est un être en vertige. Il meurt à chaque minute, sans cesse quelque chose de sa substance s'écoule. La mort quotidienne n'est pas la mort exubérante du feu qui perce le ciel de ses flèches; la mort quotidienne est la morte de l'eau. L'eau coule toujours, l'eau tombe toujours, elle toujours en sa mort horizontale." (Gaston Bachelard, L'eau et les rêves, 1942, pag.13).
E dell'acqua l'opera di Deidier assorbe ed emana la stessa quieta, perturbante, enigmatica malinconia: "Une mélancolie sans oppression, songeuse, lente, calme." (Gaston Bachelard, L'eau et les rêves, 1942, pag.14). Come in questi versi: "Solo in questa penombra di vita/so riconoscere/il nostro semplice prestarci/sabbia e parole." (pag.39).

(Rinaldo Caddeo, recensione a Una stagione continua, 2002)
Devo dire ai nostri spettatori che tutti i nostri poeti hanno intuito il particolare legame che sussiste fra luce e ombra e hanno messo in evidenza la pregnanza nascosta del tema di stasera. Vorrei far notare infatti che non fra luce e ombra non vi è una opposizione simile a quella creata dal tema precedente dell’anima e del corpo. Il vero contrasto netto e irreparabile è quello fra la luce e la tenebra. Se siamo portati a vedere nella notte l’assenza della luce, l’ombra è qualcosa di diverso. Dalla semplice definizione di ombra come riflesso della luce possiamo far scaturire delle osservazioni interessanti. E’ grazie alla luce che l’ombra può esistere e lì dove c’è ombra non c’è assenza, ma presenza, oscura e intima presenza. Ciò che sta all’ombra o nell’ombra ha l’attitudine ad essere rivelato, può essere svelato anche se a prezzo di una continua ricerca. L’ombra è una traccia viva, l’orma di una vita che c’è ma non si vede, non è qualcosa di seppellito irrimediabilmente nell’oscurità. E’ così anche per i poeti l’ombra è il luogo in cui guardare per scoprire la luce, è l’oggetto da scrutare per intuire da dove venga. Forse per questo non solo i mistici, ma anche molti scienziati hanno usato dei sinonimi della parola ombra per descrivere le zone ignote del sapere dentro cui si muovevano alla ricerca della scoperta di una risposta sui segreti della natura.

Con Roberto Deidier torneremo invece ad assaporare la dimensione del vivere quotidiano, attraversato da qualche rivolo di smarrimento e di anelito passionale, ma articolato in modo sobrio e intenso tramite una pacata e imperturbabile attitudine della visione a fare luce, a ritrovare le tracce di cuciture slabbrate del paesaggio e della città, inaccessibili ad un occhio umano immerso nel caos e nella indifferenza. Un arte tenace e tranquilla della visione consente a Deidier di dirimere la confusione esistente fra luci e ombre inserendo in modo “luminoso” il suo sguardo e la sua vita dentro la realtà e creando una dialettica delicata e pacificatrice in cui la ricomposizione di armonie impossibili o dimenticate della natura agreste e della paesaggio moderno permettono alle stesse ombre interiori del poeta di trovare sfogo in una diversa, anche se sempre elegiaca,espansione del desiderio.
Sin dalla pubblicazione del suo primo libro Il passo del giorno edito da Sestante nel 1995 Roberto Deidier ha stimolato l’interesse degli amanti della poesia grazie ad uno stile ed una personalità che ha fatto della pacata e stabile visione della realtà uno dei suoi attributi principali e più seducenti. Oltre alla sua attività di poeta Deidier unisce anche una intensa attività di ricerca accademica sulla storia della poesia italiana contemporanea che ha ormai all’attivo degli studi fondamentali come Le forme del tempo, Guerini e Associati 1995),dedicato all’opera di Italo Calvino; L'officina di Penna (Archinto, 1997), poeta al quale si è intimamente legata la sua esperienza di poeta-docente grazie alla cura dei carteggi di Sandro Penna con Eugenio Montale (Lettere e minute 1932-1938, Archinto 1995) e con Umberto Saba (Lettere a Sandro Penna, Archinto, 1997). Pur insegnando Letteratura Italiana presso l’Università degli Studi di Palermo Deidier ha resistito ad ogni tentazione di percorrere gli ideali di una poesia letteraria, avulsa dalla vita e dai palpiti dell’esistenza. Solo che questi palpiti sono da lui vissuti con un certo rigore che sa intessere le geometrie della visione cerchiando e disegnando con austerità fiammante anche i domini recalcitranti della passione. Ne è venuta fuori una poesia che non fugge dal chiaroscuro, ma che si mantiene “eticamente lucida” come ha detto con stringata precisione il poeta Fernando Bandini.
E non è un caso che è il legame tra sguardo e visione ad inaugurare la carriera poetica di Deidier che nel secondo libro Una stagione continua ha trascritto questa frase di Carlo Michelstaedter: Meglio non guardare dove si va che andare solo fin dove si vede. In Deidier il tema della luce coincide con quello della visione che cerca un punto di arrivo mantenendosi salda nei gorghi delle ombre della realtà che non sono per forza le ombre invisibili e spettrali, ma anche la confusione e il marasma della vita sociale o lo smarrimento e lo spaesamento della dimensione passionale. Questo smarrimento emerge da una bella poesia dal titolo La voce ottica tratta da Libro naturale (Edizioni dell'Ombra) edito nel 1999: «Era l’agitazione distratta dei lungofiume,/La fretta che accomuna i mezzogiorni:/Il tuo passo disegnava l’ombra/Di una falcata lunga sotto il sole./Era un bisogno, quella meta».
Mentre la confusione dell’esistenza sociale è evidente in un’altra poesia intitolata Il territorio: «So di vivere in luoghi che riconosco a stento/Quando ogni sera m'accosto allo stesso segnale/E qui al volante mi ricordo quale stagione/Vado vivendo per quanta luce mi riflette:/Sicure sono solo le sagome più strane/Parate d'improvviso lungo la corsia,/Ombre sulla retina di cani mal scampati/O guizzi di gatti e i loro campi di battaglia/ Al cielo delle costellazioni e delle antenne».
Come possiamo vedere Deidier interpreta il motivo della luce e dell’ombra in due modi ben configurati: da un lato egli, più che elaborare una poetica della luce anteposta all’ombra, elabora l’intreccio naturale fra luce e ombra che viene vissuto nel passo veloce di una persona che disegna l’ombra lunga di una falcata compiuta nella straripante e severa luce del mezzogiorno. Oppure nella seconda poesia dove lo spaesamento esistenziale viene tessuto all’interno della vita cittadina, della dimensione del guidare sulla cui greve ordinarietà il motivo della luce crea una ascesa verso spazi più liberanti che trasfigurano la visione. La poesia di Deidier è caratterizzata dalla strenua resistenza della visione circostanziata ma efficace, dalla serenità di una rassegnazione coltivata dentro il riparo dei sensi, come se il semplice potere della visione, della messa a fuoco o della illuminazione del non colto,del marginale, del plumbeo, fosse l’unico mezzo posseduto dal poeta per plasmare il reale e riportarlo ad una dimensione superiore.
Ne abbiamo dimostrazione nella poesia che dà il nome alla recente raccolta del 2002 Il primo orizzonte Edizioni San Marco dei Giustiniani.
Il primo orizzonte:
A un miglio da terra prima dell'alba/Solo questa fusoliera divide il cielo/Fino al primo fendente di sole./Così va disegnandosi il giorno:/Lo spettro lascia esistere crinali/ Lontanissimi e in quella distanza/ È quel che basta ad abbracciare il mondo,/ Questo giorno per noi tutti uguale./Fuori c'è il primo orizzonte,/ Dentro giacche, occhiali, giornali (Il primo orizzonte, p.80).

Qualcuno ha parlato di poesia del piccolo. La poesia intitolata Sosta:
Se un uccello all'improvviso taglia il quadro a mezz'aria, divide il cielo in due. A noi spetta sempre la parte più bassa, quella che ci fa lontani dalle stelle, a pronunciare ogni volta il desiderio d'essere altrove. Di questa contraddizione, il restare e il partire, si nutre ogni volta la nostra sorpresa d'esserci, ritmando una rassegnazione non passiva, e non sa neppure più essere attesa, ma limite oltre il quale è l'immaginazione. Leggere il mondo come unità è il solo modo di vedere oltre la siepe, cantando (Il primo orizzonte, p.67).

Le due dimensioni quella sociale e quella passionale sono confermate dalle poesie che Deidier ci leggerà stasera. Poesie dove appare una Sicilia mitica favoleggiata proprio attraverso i percorsi della visione dapprima offuscata dalle luci dell’autostrada, dal traffico delle macchine che vanno e vengono e che producono uno spaesamento interrotto dal viaggio della visione che accosta al marasma impersonale e innaturale della strada, la festa notturna dell’accendersi delle luci nei paesi della montagna. Questo grumo luminescente della sera spinge Deidier verso pensieri mitici che come in Giuseppe Conte, riportano la grecità nella terra di Sicilia dove il nostro poeta ormai vive e insegna da tempo. Questo sentimento della visione fa sì che una geometria lenta, pacata si espanda nella poesia di Deidier di modo che è l’acutezza della visione ad aprire la strada alla luce perchè è come se fosse lo sguardo del poeta in verità ad illuminare le cose e conferire ad esse un senso nuovo.
Roberto Deidier ci ha fatto navigare nel mare pacato e imperturbabile della visione che dona luce alle cose e che sa far venire fuori dalle ombre della psiche e della realtà un contrappunto raffinato e sottile di espansioni e di restringimenti dai quali l’esistenza riesce a trovare un equilibrio nel marasma degli stimoli e degli segnali a volti senza significato di cui è piena la vita.

(Renato Minore, presentazione per la manifestazione “Poeti a Castelbasso”, agosto 2007).