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Stacks Image 1578
Il passo del giorno
Ripatransone, Sestante, 1995.
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Petronio

Non mandano oracoli o numi
le ombre che agitano i sogni.
Accerchiare il pensiero è un'invenzione
che ciascuno si dà. Come il silenzio
s'appropria del corpo assonnato
gioca libera, la mente,
proietta al buio il giorno.

Chi supera avamposti in una guerra
e brucia città da commiserare
vede uomini in fuga, funerali di re
e sangue che scorre sui campi.
All'avvocato le leggi e il foro,
l'apprensione per chi sarà la corte.
L'avaro interra e dissotterra gli ori.

Il cacciatore è per fossati coi cani. Chi è sul mare
naufrago s'aggrappa a ciò che resta
della poppa strappata alle onde.
Scrive all'amico, la puttana. L'adultera fa doni.
E il cane abbaia nel sonno a orme di lepre.
L'ansia di questa miseria
non dura che lo spazio d'una notte.

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Non andartene lontano
quando a sera ci addormentiamo
insieme, non andare
per sogni troppo ripidi.

Fa' che sia piuttosto una finzione
il tuo passo solo, un'illusione
che ti riporti presto
a questo tuo respiro breve.

Va' in un luogo
dove anch'io possa stare,
non andare
per sogni troppo ripidi.

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Addio dei compagni

- Andare è il solo modo di aiutarti -
mi dice l'ultima voce,
troppo vicina per essere intesa,
né ripete la frase che mi aggira
e non vuole saperne di fermarsi.
Sono usciti da un lungo corridoio,
vanno giù per la scala di ferro
col rumore dei loro passi svelti,
come saltelli ancora di bambini:
ma sono divenuti grandi, anche per me
che già avevo scelto
e non riesco neppure più a vederli
mentre scendono a toccare terra.
Stacks Image 1596
Libro naturale
con una incisione di Giulia Napoleone
Roma-Salerno, Edizioni dell’Ombra, 1999.
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Dedica al fuoco

Con la legna di una casa abbattuta
Ti ravvivo per restarti accanto
Senza paura, perché adesso la mia
Fa cenere della tua forza
E insieme sfaldano stipiti, porte,
Vecchi infissi, un teatro di brace.

Al mattino sei il più piccolo fornello,
Con te inizia la nostra giornata:
Anche questa è la tua consuetudine
Di animale domato che si vendica.
Sacro e solitario, o domestico profano
Di un corpo di una stanza ti rivesti

E ogni perdita è certa. Non brucia come te
La calce dei nostri muri bassi.
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L'acacia

Per quale memoria sopravvive, quale ascolto
Chiedo senza difesa tra pareti non mie,
Ed apro le braccia a liberare il mio teatro
Dove la siepe è intatta e l'estate indolente.
Quasi fosse un castigo alla pigrizia, la pioggia
Portò il lampo che le divise in due la vita.

O compagna del vuoto che sarà, tu non vedi:
Della casa non decido più, il prato è arso,
L'acacia spaccata è senza voce e non hai forza
Per richiamare il mondo impresso sulla mia pelle.
Ora restano la siepe, il tronco, la pigrizia
Così lontani ed è infedele anche il mio piede
Da quell'istante sceso a segnare un prima e un dopo:

Cadendo, con la faccia impastata nella ghiaia,
Voltandomi solo verso me stesso, potendo
Infine, senza chiedere più nulla, pensare
La libertà di morire come un accidente.
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Facile

Mio amore, questo è l'ultimo treno
Fra i tanti che abbiamo visto passare:
Gli scambi riposeranno fino a domani.
E io sento altri rumori, la notte,
Il battito difforme di una corsa
Lungo binari senza ferro e travi.
È qualcuno che porta la mia vita
Sulle sue spalle, ma non mi somiglia.
Aggirerà cento semafori spenti,
Pensiline come isole deserte,
Altoparlanti di nessuna partenza
Da annunciare. Perché questo
È l'ultimo treno, amore mio,
E nessuno verrà a dirti ciò che manca
Ai nostri giorni insieme.

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Una stagione continua
Ancona, peQuod, 2002.
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Giro di boa

Ora faccio da guida a me stesso
E insieme attraversiamo il solstizio
Con un minimo bagaglio d’impressioni,

Ma non imparo a calibrare i passi
Lungo il corridoio dell’estate:
Tra le due porte di corno e d’avorio
Non è poi tanta la distanza.

Questa è la stagione, non ha colore,
E la solchiamo con bracciate lente
Come terra che arata respira.

Bagnanti percorrono la battigia
Scostandosi alle onde più mosse,
Se il vento incalza è caldo che ristagna.
Qui l’intero è solo il mare.

Senza ritorno in pochi passano la punta
Dove le alghe s’aggrumano al sole,
Sanno che nessun’orma resta sulla rena,
Tranquilli vanno a un’altra spiaggia.
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Evento e misericordia

L’agave sovrasta il tornante,
Tocca i davanzali bassi.
Oscurità improvvisa
Di nuvole, autocarri
In marcia lenta lungo la statale.

Scende il gabbiano. L’auto frena.
Resta a terra quel rostro puntato
In direzione del mare. Fermi
I bambini ne studiano la posa,
Ciascuno la sua remigante in mano.
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Mercati Superconcas

Il suo viso rattratto fra la cuffia
E il camice, all'apparenza svagato:
Opaco mentre recita la lista
Il mio, riflesso sul vetro del banco.

Stretto ovunque a me stesso nell’estrema
Parodia che mi accoglie tra un dovere
E un bisogno, ma cos’altro mi aspetto
Da lei, se non quest’ansia
Confusi in una finta vacanza...

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Il primo orizzonte
con una incisione di Piero Guccione
Genova, San Marco dei Giustiniani, 2002.
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Due infanzie

Gridano i bambini al ritorno da scuola,
Gocciano vasi dall'ultimo piano.

Una cornacchia a mezz'aria taglia il cielo.
Il tuo va dai tetti alla strada.
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Il decimo anno

Per quanti anni mi sono chiesto
Della distanza: quanto impiega il mio grido
A raggiungerti, se è più forte il sonno dei giorni,
Se poi hanno un peso il dato e il preso
O sono invece un gas leggero che svanisce

Lì dove non siamo mai stati;
Se raggiunge una domanda una sola
Parola e si può passare la corrente;
Se esiste la corrente che ci vuole
Diversi e ancora uguali,
O i pixel della notte hanno riflesso
Lo stesso sguardo sulle nostre facce.

Ora non conto più i passi né i nomi
Gli abbracci dei risvegli e i viaggi
Gli squilli del telefono i discorsi fatti
E quelli per sempre mancati.

Per il sempre che non so contare
Le nostre mille schegge qui raccolte
A darci fiato dietro un muro d'allegria,
Le ostentate valigie della partenza
Ancora vuote dall'ultimo ritorno.
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Il primo orizzonte

A un miglio da terra prima dell'alba
Solo questa fusoliera divide il cielo
Fino al primo fendente di sole.

Così va disegnandosi il giorno:
Lo spettro lascia esistere crinali
Lontanissimi e in quella distanza
È quel che basta ad abbracciare il mondo,
Questo giorno per noi tutti uguale.

Fuori c'è il primo orizzonte,
Dentro giacche, occhiali, giornali.
Stacks Image 2050
Gabbie per nuvole
Roma, Empirìa, 2011.
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In giardino

Attendevamo che il sole
Rompesse la sua prigione di nubi
(Poiché non era ancora giorno fatto
E la notte non ancora iniziata)
Sporgendosi sulla meridiana.

Dopo molti tentativi –
Noi tutti in silenzio –
S’incendiò come la prima volta
Gettando un’ombra laddove
Il tempo viaggiava in quell’istante.

Poco vi scorgemmo,
Ma molto so di questo:
Di osservatori in quell’ombra,
Verso lei che il sole aveva fatto
Al più presto dovettero andare.

(Hardy)
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La lepre

Era un mondo verde.
Pensieri verdi
si raggomitolavano in silenzio
nel campo della sua mente.
Odore di mucche, di latte
espansione di dolci radici
sottoterra.

Poi udì un tuono.
Il cielo le cadde addosso.
La collina inghiottì il sole.
Il mondo si spense
come un fiammifero al vento.
Sotto la pelliccia del ventre
scalciava viva la nidiata.
Aveva gli occhi aperti,
la schiuma della morte distruggeva
la gioia, il grande splendore.

Perdonami, ragazza.
Non avevo un coltello
per liberarti i figli.
Perdonami.

(Hartnett)
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Partire

C'è una sera che avanza
Tra i campi, una sera mai vista prima,
Che non accende luci.

Di seta sembra a distanza, ma
Come s'accosta alle ginocchia e al petto
Non porta conforto.

Dov'è più l'albero che stringeva
La terra al cielo? Cosa c'è sotto le mie mani,
Che non riesco a sentire?

Cosa fa pesanti le mie mani?

(Larkin)
Stacks Image 2052
Solstizio
Milano, Mondadori, 2014.
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La casa

Il sole scende dietro i piatti sporchi.
Il lavandino è un porto di liquami.
E nella penombra nuova
L’occhio inventa le sagome
Di chi un tempo è passato in queste stanze.

Sono stata spesso ostile ai miei inquilini.
Mi sono aperta di crepe
Come fossi la faccia della morte.
Ho lasciato che le luci si spegnessero
Senza riaccendersi. I letti erano freddi
E al mattino nascondevo tutta l’acqua.

L’agente illustra i pregi,
Ampiezza metratura posizione.
Prezzo accomodante, eppure avverto
Arrendevolezze inospitali,
La fatica che costa appartenere.

Questa casa, sono stato questa casa.
Un tempo, una volta, una vita.
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Mattino di sole

Lei sta seduta in mezzo al letto,
I piedi puntati alla finestra,
Quel letto coperto da un sudario
Che nessuno nella notte avrà indossato.

Sopra cornici tutte uguali batte un sole
Uniforme. È una figura assente,
Come in un gioco d’espressione.
Getta l’ombra dall’interno alla parete.

Una seconda finestra alle sue spalle,
Nude, non fosse per la sottana
Che certo doveva aver brillato
Di un altro rosso; e le mani trattengono

I ginocchi, cadono a croce sugli stinchi.
Ma è il suo volto, il volto senz’occhi,
Un buco nero tra l’orecchio e la fronte.
Io guardo avanti nella luce del tempo,

Sembra dire e intanto fissa un punto
A lei sola noto. Tra il corpo
E il giorno, dove non sa dormire
L’esperienza di un’arte proibita.

Quelle labbra serrate, ancora sporche
E lo sbavo del trucco sulla guancia.
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Una notte informale

Pensavo di non avere più memoria,
Come un peso invisibile sul collo.
Apparsi da uno sfondo senza tempo
Mio padre e mia madre sono chiusi
In una vettura rossa.
Dietro gli anabbaglianti
Riconosco a malapena i loro sguardi,
Sul parabrezza
Si riflette la luce dei lampioni.
Ma non possono essere altri:
Le labbra mimano la disperazione
A lungo custodita al posto loro.
Le mie vene sono le strade percorse
Da quell’auto.
Li ho sentiti sbandare nel mio corpo
Quante volte, come un’agonia.

Mi svegliavo con il pudore d’un bambino
Che ha appena scritto la sua prima poesia.